Biografia
Piero della Francesca, il cui vero nome era Piero di Benedetto de’ Franceschi, nasce presumibilmente nel 1412 a Borgo San Sepolcro – denominazione originaria dell’odierna Sansepolcro – nell’alta Valle Tiberina, ai confini tra Toscana e Umbria, da una famiglia di mercanti che commerciano pellame e lana e in seguito del “guado” ( isatis tintoria ) su cui la repubblica di Firenze aveva istituito il monopolio.
Come primogenito, nelle aspettative dei genitori, Piero avrebbe dovuto seguire le orme paterne, ma ben presto nel giovane si fa strada la vocazione artistica.
Piero apprese i rudimenti dell’arte nella sua città natale, dove fu allievo alla bottega dell’unico artista in vista della città: Antonio di Anghiari. È infatti noto un documento di pagamento del 21 ottobre del 1436 per una commissione di stemmi e bandiere papali per le porte e le torri di Borgo San Sepolcro in cui figura, insieme con Antonio, anche Piero della Francesca.
Ma dei primi anni di formazione nel borgo toscano occorre ricordare anche gli studi matematici che saranno un fondamento di tutta la disciplina pittorica pierfrancescana, infatti fu certamente mandato a studiare da un “maestro d’abaco”, come tutti i figli di mercanti, cioè un insegnante di aritmetica, algebra e geometria, per essere iniziato alla contabilità mercantile.
Il suo apprendistato pittorico avviene nel solco della tradizione, in un ambiente ancora provinciale, troppo poco stimolante per un giovane di talento, un figlio di mercanti con una spiccata attitudine per i viaggi, che lo porteranno ben presto lontano da casa.
La data del 12 settembre 1439 è una pietra miliare nella storia degli inizi di Piero della Francesca e quindi fondamentale per la storia del Rinascimento: è la data del documento che testimonia la presenza di Piero a Firenze, dove stava collaborando con Domenico Veneziano all’esecuzione degli affreschi della cappella maggiore della Chiesa di Sant’Egidio raffiguranti Le storie della Vergine, oggi purtroppo perduti, che avrebbero aiutato a comprendere la fase formativa di Piero.
Forse quella di Firenze non fu la prima volta che Piero collaborava da allievo con Domenico Veneziano; è probabile che i due avessero lavorato in precedenza a Perugia dove il Veneziano era impegnato a dipingere “una camera nella casa dei Baglioni”, i potenti signori della città, come ricorda Vasari, intorno al 1438. Purtroppo anche questi affreschi sono andati perduti.
Nel periodo fiorentino, in cui il clima culturale della città è in fermento, il giovane Piero può confrontarsi direttamente con gli artisti più importanti dell’epoca acquisendo esperienze e conoscenze teoriche che tanta parte ebbero nella formazione della sua eccezionale personalità di pittore e nella cultura umanistica, inoltre non bisogna dimenticare che, nel 1439, in città si teneva il Concilio che aveva portato Oriente e Occidente cristiano a confrontarsi sulla santissima Trinità. I rappresentanti del mondo greco sfilavano per le strade della città portando tutta una serie di suggestioni, costumi e colori che rimasero impressi per sempre nella memoria di Piero. In questa occasione Piero poté conoscere il papa Eugenio IV e gli umanisti della corte pontificia, tra i quali era Leon Battista Alberti.
Nel 1442 l’artista è di nuovo a Sansepolcro e figura tra i cittadini eleggibili alle magistrature civiche. Nel frattempo la sua città passa sotto Firenze, ceduta nel 1441 dal papa Eugenio IV pressato dai debiti per le spese del concilio. Nel 1445 riceve la commissione del Polittico della Misericordia. Nel 1450 firma e data il San Girolamo di Berlino e, all’incirca in quella data, scrive il Trattato d’Abaco.
Da questi anni in poi la sua carriera si svolgerà tra Sansepolcro, Arezzo e le corti più importanti tra l’Adriatico e l’Umbria, ove troverà, nei nuovi signori alla ricerca di una legittimazione anche culturale delle loro conquiste, dei mecenati intelligenti. Inoltre, i prolungati soggiorni di Piero fuori da Borgo, daranno un impulso fondamentale alla creazione di nuove scuole locali indipendenti dal linguaggio fiorentino.
Dopo aver soggiornato a Pesaro e Ancona – città nella quale torna anche nel 1450 per realizzare gli affreschi nella Cappella Ferretti in San Francesco – la sua presenza è ricordata dal Vasari a Loreto, ove viene incaricato di realizzare un affresco per la sacrestia della Chiesa di Santa Maria. L’ondata di peste che colpisce le Marche tra il 1447 ed il 1452, costringe Piero della Francesca a fuggire e a lasciare incompiuto il lavoro. Vasari ricorda altri lavori di Piero in San Ciriaco, sempre in Ancona. I soggiorni di Piero nelle Marche, indipendentemente dai suoi impegni ad Urbino, furono dunque più d’uno, e ciò spiega la profonda e vasta influenza ch’egli esercitò sulla pittura della regione.
Si trasferisce così a Ferrara alla corte di Lionello d’Este, che morì lasciando il potere al fratello Borso. La distruzione degli affreschi eseguiti da Piero della Francesca alla corte degli Estensi e in Sant’Andrea a Ferrara, fu una delle più gravi perdite, tra le tante, delle sue opere.
Alla corte di Ferrara Piero trovò grandi stimoli per la propria arte, essendo anche questa corte, dove risiedeva l’umanista Guarino da Verona, un modello di cultura dell’umanesimo. Oltre a partecipare al vivace dibattito sui temi delle arti, Piero poté sicuramente studiare il tesoro di gemme e monete raccolte dal Duca Lionello, contribuire al programma profano dello studiolo di Belfiore. In questo periodo è attestata proprio a Ferrara la presenza di un’opera di Rogier Van der Weyden. Del grande artista fiammingo Piero ha modo di cogliere, oltre l’uso della pittura ad olio, l’attenzione ai dettagli. Da Ferrara Piero partì presto, nel 1451, alla volta di Rimini, dominio dei Malatesta, ove viene incaricato di realizzare, nel Tempio Malatestiano, l’affresco votivo di Sigismondo Pandolfo Malatesta. A Rimini Piero partecipa al rinnovamento umanistico del Tempio ideato da Leon Battista Alberti, ovvero l’umanista e l’artista che, oltre a lasciare importanti architetture a Firenze, influenza profondamente le corti di Mantova e di Urbino.
Assai vicino all’affresco riminese appare il ciclo con La leggenda della Vera Croce in San Francesco ad Arezzo, iniziato dopo il 1452, anno della morte di Bicci di Lorenzo, cui nel 1447 l’illustre famiglia aretina dei Bacci aveva allogato l’ornamentazione del coro della cappella a cui Piero subentra nel lavoro, già in gran parte eseguito per quanto concerneva una parte della volta.
Nel 1455 Piero è a Roma per eseguire affreschi in Vaticano per Nicolò V. E’ ancora al lavoro nel palazzo vaticano per Pio II, come è attestato da un pagamento. Purtroppo tutti questi affreschi vaticani sono demoliti per far posto a quelli che esegue Raffaello. A Roma Piero trova Francesco del Borgo, architetto e cultore di studi matematici che è tra l’altro responsabile dell’ammodernamento della basilica di Santa Maria Maggiore, dove resta, di Piero, la volta della cappella di San Michele. A Roma Piero è stimolato ad intraprendere gli studi teorici di prospettiva, copia e illustra il trattato di Archimede sulla spirale e dà inizio al Trattato de Prospectiva Pingendi.
Si ipotizza ci sia stato un viaggio precedente di Piero a Roma durante il Giubileo del 1450, il viaggio non è documentato ma è probabile in relazione alla presenza di elementi legati al mondo romano nelle sue opere degli inizi degli anni ’50 il Battesimo di Cristo e la prima fase del ciclo di San Francesco ad Arezzo.
Nel 1467 Piero è a Sansepolcro dove riceve nuove cariche pubbliche; l’anno successivo fugge a Bastia per sottrarsi alla peste e qui dipinge uno stendardo.
Nel 1469 Piero della Francesca è documentato ad Urbino alla corte di Federico da Montefeltro, dove viene incaricato di completare una tavola d’altare per la confraternita del Corpus Domini, per la quale Paolo Uccello aveva realizzato la predella. Il suo successivo soggiorno urbinate è da porsi tra il 1474 e il 1478: in una corte sempre più olandese, Piero continua l’alchimia dell’equilibrio tra il suo senso della forma e la suggestione del nuovo. I due ritratti dei duchi di Montefeltro sono una delle opere più note del periodo e sono la sintesi di tendenze confluite in un’unica geniale modalità operativa. Sempre a questo periodo urbinate risale la Pala di Brera e la Madonna di Senigallia.
Nel 1478 ritorna a Sansepolcro, dove riceve un pagamento dai Confratelli della Misericordia per una Madonna affrescata su un muro infra la chiesa e l’ospedale.
Fino al 1482 il pittore è ancora a Sansepolcro, dove il suo prestigio è altissimo e ricopre importanti cariche; i documenti parlano anche di una buona situazione finanziaria.
Il 22 aprile si sposta a Rimini – non conosciamo il motivo di questa scelta – dove prende in affitto una casa con orto e pozzo.
Gli ultimi anni di Piero, vedono il suo progressivo distacco dalla vita pubblica. Egli si concentra soprattutto sulla stesura definitiva del suo trattato sui solidi regolari, terminato nel 1485 nell’ultima parte della sua vita volle codificare le regole della prospettiva e della matematica per servire da guida agli artisti successivi, compose infatti due opere fondamentali: il De Prospectiva Pingendi dedicato, molto probabilmente, al Duca Federico da Montefeltro e il Libellus de quinque corporibus regularibus, recentemente recuperato all’interno del codice urbinate 263 della Biblioteca Vaticana.
Il suo crepuscolo artistico è in parte legato a problemi di vista che lo porteranno a divenire cieco. Tuttavia, ancora nel 1487 egli redige personalmente il proprio testamento.
Piero della Francesca muore il 12 ottobre del 1492, lo stesso giorno in cui Cristoforo Colombo scopre l’America.