Piero della Francesca e le corti italiane - 31 marzo 22 luglio 2007
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LE CORTI DI PIERO

Piero della Francesca inizia presto a viaggiare, e per tutta la vita trascorre lunghi periodi presso le corti più importanti dell'Italia centrale e adriatica.

Perugia: I Baglioni e Domenico Veneziano

Perugia e la corte dei Baglioni aprono la rassegna dei centri dove Piero operò.
E’ nella città umbra che l’artista di Borgo Sansepolcro incontra per la prima volta colui che sarà destinato a divenire sua guida e maestro: Domenico Veneziano.
Assieme lavoreranno, in seguito, al ciclo di affreschi su Le storie della Vergine nella chiesa di Sant’Egidio a Firenze.

La Firenze di Cosimo il Vecchio
 
Allorché, nel 1434, Cosimo de’ Medici prese il potere, l’arte rinascimentale, lungi dall’aver saggiato tutte le sue potenzialità, muoveva i primi incerti passi, aperta ai più svariati esiti.
Il gusto tardo gotico, ancora diffuso a Firenze, era invece lo stile dominante nel resto d’Italia.
Così mentre nel capoluogo toscano era già attiva la seconda generazione dell’Umanesimo figurativo, altrove si prolungavano le estreme propaggini della cultura medievale.

Ferrara e gli Estensi

Nel 1450 Piero della Francesca si trova a Ferrara chiamato da Borso d’Este (in sul più bello del lavorare fu dal duca Borso chiamato a Ferrara). In realtà non fu per Borso che Piero si recò alla corte estense, bensì per il suo colto e raffinato fratellastro Lionello, succeduto al padre Niccolò III, nel 1441, e morto presumibilmente il 1° ottobre 1450.
Il soggiorno a Ferrara, che non ha lasciato traccia nei documenti, è reso certo dall’influenza che l’arte di Piero esercitò sugli esordi della pittura del rinascimento a Ferrara.
Sempre Giorgio Vasari afferma che Piero dipinse “nel palazzo molte camere che furono poi rovinate dal duca Ercole vecchio per ridurre il palazzo alla moderna” e “una cappella” in Sant’Agostino – in realtà nella chiesa di Sant’Andrea, appartenente agli agostiniani – che già ai suoi tempi era “dall’umidità mal condotta”.

Rimini e i Malatesta

All’inizio del Quattrocento, i domini malatestiani si estendevano da Cesena a Senigallia e fino al 1434 essi comprendevano anche Sansepolcro. Il legame commerciale e sociale della Toscana orientale con le terre adriatiche alla metà del secolo è ancora vivo e potrebbe essere stato uno dei motivi che ha favorito la chiamata di Piero a Rimini nel 1451.
Quando, al termine degli anni quaranta, Sigismondo Malatesta promuove un consapevole rinnovamento artistico in senso rinascimentale, chiama presso di sé Leon Battista Alberti, Agostino di Duccio e Piero.
Si creano così le premesse per la nascita di opere eclettiche, dove gli ideali umanistici si sovrappongono a forme ancora essenzialmente gotiche: l’esempio più famoso è il tempio Malatestiano in cui lavorò anche Piero.

Roma e la Corte Pontificia

Nel 1458-59 Piero è chiamato a Roma da Pio II.
Nella città eterna, ciò che segnerà profondamente il percorso artistico di Piero è l’incontro con la statuaria e con le architetture dell’antichità, che egli può finalmente studiare da vicino. Esse appaiono congeniali ad un artista avviato ad una visione monumentale e atemporale della storia.

Urbino e la Corte dei Montefeltro

Nella costellazione delle signorie italiane, un posto particolare spetta ad Urbino. Piccolo centro tra le colline dell’entroterra appenninico che, con l’avvento del duca Federico da Montefeltro si trasforma ben presto in uno dei centri più fervidi del Rinascimento, fino a divenire la capitale dell’orientamento intellettuale e matematico delle arti.
Il duca era un uomo colto. Amava gli spettacoli teatrali, era aggiornato in campo filosofico e sono noti i suoi rapporti epistolari con il neoplatonico fiorentino Marsilio Ficino.
Piero è documentato per la prima volta ad Urbino nel 1469. In quella data gli viene proposto di completare una tavola d’altare per la confraternita del Corpus Domini, per la quale Paolo Uccello aveva realizzato la predella.